L’Arte

PRESENTAZIONE DI MARIO PINIZZOTTO IN OCCASIONE DELLA PERSONALE DI FRANCI DEL 1974 A ROMA

Un discorso fra due persone che si servono di pennelli, colori, e materie da plasmare, corre il rischio di trasformarsi in una esposizione di tecniche e di temi che a volte è resa arida da un po di gelosia che il mestiere e la passione inevitabilmente si portano dietro. Con Carlo Franci il problema non è mai esistito. Con lui il dialogo è nato subito, quando a Cleveland, ci siamo conosciuti, lui già affermato direttore d’orchestra del Metropolitan Opera, ed è continuato ovunque ci siamo incontrati.
Atlanta, Dallas, Menphis, Minneapolis, Detroit, New York, Boston, Vienna, erano altrettante occasioni per riprendere il discorso interrotto e per rinnovargli gli inviti a cimentarsi in un’arte che pareva affascinarlo.
Quale la gioia e la sorpresa nello scoprire che, in realtà Carlo, la sua passione segreta, se la coltivava da tempo.
Certo, gli inviti che io insistentemente gli rivolgevo possono sembrare ora incauti. Ma mi piace pensare, a distanza dal nostro primo incontro che Carlo Franci esponga oggi i suoi lavori in virtù di quelle pressioni.
Mi piace pensare che i suoi angeli e i suoi diavoli mi siano un po debitori della loro vita e della loro forma.  Ma, in verità, essi già vivevano quando lui li andava disegnando con la sua bacchetta sul podio. Angeli e diavoli di altri mondi ma ispirati e divorati da sentimenti umanissimi, da passioni e da tormenti, da amori sublimi e da odi profondi.
Essi vivevano in una propria dimensione fatta di suoni e di emozioni. Pretendevano solo la forma. E’ certo che qualsiasi manifestazione artistica, sia essa fatta di parole, suoni o colori ha un suo principio unificatore per cui, attività che sembrano lontane e distinte ci appaiono, poi, vicine ed eccezionalmente confrontabili.
Il merito di Carlo Franci è quello di aver comunicato le medesime emozioni in due linguaggi diversi ma con la stessa intensità e concretezza poetica.